lunedì 20 novembre 2017

"Libertà di esistere" vs modellamento genitoriale

Prendo spunto dal capitolo, contenuto in On Becoming a Person (1961), dal titolo "Le caratteristiche di una relazione di aiuto", dove Rogers descrive i propri apprendimenti circa la qualità degli atteggiamenti, all'interno delle relazioni umane. In questo scritto, troviamo un Rogers che si interroga, in modo autentico, rispetto a cosa significhi facilitare nella Persona la sua Tendenza Attualizzante (1951; 1980), ossia la sua direzione esistenziale, aperta all'esperienza. Ma non ad un'esperienza riferita ad una realtà oggettivamente univoca, dai significati identici per tutti (1980), ma caratterizzata da una sua costruzione unica ed irripetibile, profondamente soggettiva: "Posso dargli la libertà di esistere?" Oppure sento che dovrebbe seguire i miei consigli, rimanere in qualche modo dipendente da me, modellarsi su di me?" (Rogers, 1961, trad. It. pag., 82). Questa, credo che sia una domanda molto importante da porsi come genitori ed educatori. Fermo restando che la dipendenza sia essenziale ed indispensabile, affinché il cucciolo d'uomo non solo sopravviva ma venga investito d'amore, in questo capitolo Rogers descrive, al contrario, quella dipendenza intesa come pericolo di modellamento e manipolazione dell'Altro, secondo propri desideri e bisogni: la dipendenza, qui, è un fine (quello di rendere il bambino accondiscendente e responsivo ai miei bisogni esistenziali e di riconoscimento, con un grave danno alla sua capacità di scelta, libera e responsabile) e non più uno strumento di accompagnamento, di "holding" (Winnicott, 1960) per la sua preziosa acquisizione di autonomia. In tal senso, come genitori viene abbastanza naturale pensare che il nostro compito educativo sia trasmettere quei valori, costrutti e sentimenti che pensiamo essere giusti per i nostri figli. "Vorrei che lui o lei potesse avere quelle occasioni che io non ho avuto!", oppure, "Vorrei che mio figlio/a facesse questo o quello...". Quante volte abbiamo sentito o detto queste frasi, pensando, tout - court, che fossero equivalenti e sovrapponibili a quelli dei nostri figli. Ecco, l'errore che si compie spesso è pensare di dover plasmare i nostri ragazzi secondo criteri che sono nostri e che non nascono dalla loro saggezza interna. E sappiamo bene da dove derivi tutto ciò e quale sia, poi, il risultato: il bambino, per non perdere l'accettazione dei genitori, tende progressivamente a distorcere la sua esperienza viscerale (la propria Valutazione Organismica degli Eventi o il suo Locus of Evalutation Interno), intercettando e negando ciò che per lui è saggio e degno di scelta responsabile e libera, e facendo proprie le scelte altrui. Da qui, il suo Sé (Rogers, 1951) perde di spontaneità, irrigidendosi in modalità difensive e soprattutto collidenti con il volere genitoriale. Ma l'aspetto più importante sta nel fatto che questa "Struttura del Sé"  (Rogers, 1951) che si va formandosi, servirà al bambino per mantenere un certo grado di coerenza interna, al fine di non percepire la discrepanza tra ciò che sente realmente (Saggezza Organismica - Vero Sé), che è negato e distorto, e tutto ciò che ha introiettato dagli altri significativi, ma che crede di sentire ed esperire come se fossero costruzioni proprie della realtà (Struttura del Sé). Per fare un esempio concreto, Rogers (1961) scrive di quello studente che ha paura di sostenere gli esami universitari, che si svolgono al terzo piano di un edificio universitario. Grazie ad un percorso di consulenza, scopre che la difficoltà a passare i test non deriva dalla sua paura/fobia di salire le scale ("giustificazione" che lo studente si è dato per conservare il suo grado di coerenza interna o immagine di sé, distorcendo, in tal senso, il significato viscerale dell'esperienza in termini, appunto, di fobia verso le scale), bensì dalla paura verso l'università; paura, d'altro canto, che non può ammettere a se stesso, in quanto in forte contrasto con il tentativo di preservare un'immagine di sé adeguata. Da qui, il sintomo ansioso diviene spia e significato di una paura molto più profonda e viscerale e, soprattutto, di un significato vero per il soggetto, o meglio per il suo organismo: forse questo studente ha imparato, per non perdere la stima genitoriale, ad amare qualcosa che per lui, tuttavia, non è profondamente confacente ai propri desideri. Quindi, come educatori è importante chiedersi, in modo sufficientemente autentico o congruente, quanto, attraverso ciò che diciamo e facciamo, l'Altro rischi di modellarsi a noi, perdendo, da qui, la propria bussola interiore. 

© Francesca Carubbi


mercoledì 20 settembre 2017

Solide Radici e Fragili Rami: la congruenza genitoriale

C'è una bellissima poesia di Gibran "I Vostri Figli", dove l'aggettivo "Vostri" sta ad indicare tutto, fuorché, un aggettivo possessivo, a differenza di come se ne potrebbe dedurre in apparenza. "Vostri" intesi come, sì nati da noi, ma non in nostro possesso. La bellezza di questa poesia sta proprio nel sottolineare l'importanza di considerare un figlio come entità separata. Come, ci insegna Rogers, un essere unico ed irripetibile. E considerare il proprio figlio come persona con i suoi valori, sentimenti, pensieri, profondamente soggettivi, comporta, da parte del genitore, di mettersi in discussione rispetto alla sua modalità educativa e di facilitazione dello sviluppo della Tendenza Attualizzante (Rogers, 1951) del bambino. Da qui, quanto un genitore possiede quella che l'Autore definisce "congruenza" o autenticità nella relazione? (Rogers, 1961). Ma che significa, da un punto di vista educativo, congruenza? Questa domanda può sembrare retorica per gli addetti ai lavori rogersiani, in quanto sappiamo come la capacità dell'individuo di entrare in contatto con la propria esperienza organismica sia trasversale a tutti i campi delle Relazioni di Aiuto: da quello prettamente clinico, a quello educativo e di gestione dei conflitti (ecco perché, dagli anni 60, si parlerà anche di Approccio Centrato sulla Persona). Tuttavia, il campo educativo è una sfera assai delicata perché comporta una grande responsabilità: la cura attenta e sensibile dello sviluppo bio - psico - sociale del bambino. L'infante può essere paragonato ad un germoglio: se gli do troppa acqua, rischio di farlo appassire, se gliene offro troppo poca, morirà. Fuori di metafora, se non ascolto con empatia, accettazione e, appunto, congruenza ciò che vuol trasmettere il bambino, non riuscirò come genitore a comprendere i suoi bisogni e desideri: il rischio è di anticipare, mettendo un tappo (saturare), ciò di cui necessita piuttosto che divenire sordo ai suoi richiami e non capire quando e come desidera essere supportato nel suo processo di crescita. Non riesco, insomma, a fermarmi in una posizione di ascolto, di sospensione, ma ho un bisogno impellente di agire e risolvere il problema. Per comprendere meglio faccio l'esempio del bambino che impara a camminare: se ho per prima paura che si faccia male, e non simbolizzo correttamente questa esperienza, non lo lascerò libero di sperimentare come "esperienza fresca e nuova" (ivi) e stimolante quella di imparare con le proprie gambe a camminare, con le inevitabili cadute e, se necessario, con dolore. Gli darò sempre la mano, gli dirò sempre "stai attento!", "Non ti sporcare!". Oppure, lo lascerò andare così lontano e rischierò che si faccia seriamente male, tanto da non sopportarne, davvero, il dolore. Andrò da un estremo di ipercura ad un altro di incuria. Da qui, la congruenza del genitore rispecchia il poter farsi da parte, il poter so -stare nell'incognita del "come andrà?", in modo attento e responsabile: un genitore che accompagnerà il suo bambino nel processo di autonomia, stando al suo fianco, né troppo davanti, né troppo addietro, nonostante si abbia naturalmente paura dell'imprevedibilità.
In tal senso, congruenza significa sentirsi, per primi impauriti e fragili, senza distorcere questa esperienza, al fine di non agirla sul bambino. Ciò può avvenire solo nel momento in cui, il genitore senta in se la fiducia che, nonostante questa naturale fragilità, possa essere e, soprattutto, comunicare, in modo chiaro e assertivo, la sua saldezza, attraverso sani limiti a comportamenti inaccettabili, essenziali per una crescita libera e responsabile. Il saper dire con fermezza "NO!", quando necessario offre un chiaro messaggio di sicurezza al bambino, perché sa che può fidarsi di un adulto reale, fragile, ma anche saldo. Ma la congruenza risulta essere necessaria anche nel processo di autonomia del bambino, come ad esempio, come lo svezzamento, il controllo sfinterico e l'ingresso a scuola. In quest'ultimo caso, può succedere che il bambino faccia resistenza a rimanere all'asilo. Inizia a piangere, stringervi forte e non vi vuole lasciare andare. Modalità che notate si ripete ad ogni occasione. In questo caso, tolte circostanze oggettive accertate di paura (bullismo, maltrattamenti, eventi di vita che hanno investito il bambino...), se l'empatia e l'accettazione consentono di comprendere il sentimento sottostante a questi comportamenti (paura del distacco?, sconforto?...), la congruenza, ovvero la saldezza genitoriale, che il bambino recepisce attraverso l'atteggiamento del genitore, gli permette di rendersi, pian piano, autonomo e più sicuro nello sperimentare le novità. Se non predominasse, in questo caso, la congruenza come limite, il genitore, da un lato non riuscirebbe ad entrare in contatto, in modo autentico, con la propria di paura ed angoscia, proiettandole, da qui, sul bambino, e dall'altro l'empatia, da "come se" (Rogers, 1962) diventerebbe identificazione con l'angoscia del figlio, non permettendo un ascolto attento e sensibile di ciò che realmente sta comunicando sia il suo organismo che quello del bambino. In tal senso, M. L. Von Franz, analista junghiana, nel suo libro "Il Femminile nelle Fiabe" (trad. it., 2007), per far comprendere il rischio di un'educazione colludente con il bambino, descrive, da un punto di vista naturalistico, come le volpi tendano a mordicchiare i loro cuccioli, quando sentono che è arrivato il momento del distacco ma questi non hanno nessuna intenzione a diventare autonomi. Traslato a noi esseri mortali, dobbiamo chiederci, come genitori, se possiamo permetterci di mostrare la nostra autorevolezza, intesa come autenticità fallibile e reale: come esseri umani che, per primi soffrono e si sentono fragili, ma che, proprio grazie alla possibilità di sentire questa parte di sé, posso mostrarsi solidi e fermi, quando necessario. Questo perché "Esiste un curioso paradosso. Quando mia accetto così come sono, allora posso cambiare" (Rogers, 1980).

© Francesca Carubbi

lunedì 18 settembre 2017

"Le Nuvole Borbottone"

C'erano, nel cielo blu, due nuvole bianche come il latte e soffici come il pan di spagna. Erano due fratelli: un maschio e una femmina. Il bambino si chiamava Gigio e la bambina, Gigia. Gigio e Gigia giocavano spesso, lassù, in quel magnifico cielo blu. Il loro gioco preferito era lanciarsi la palla.
Un giorno, però, mentre giocavano, Gigia lanciò la palla così lontano che Gigio non riuscì ad afferrarla: la palla, così, cadde lontana, lontana e scomparve all'orizzonte. Gigia si arrabbiò molto con il suo fratellino, perché questi non era riuscito a prenderla: "Gigio è colpa tua se abbiamo perso la palla!", e Gigio, di tutta risposta: "No! E' colpa tua, perché l'hai lanciata troppo lontano!". E andarono avanti così, senza ascoltarsi e accusandosi a vicenda. Nessuno dei due voleva sentire ragioni ed erano così arrabbiati che diventarono scuri, scuri: da nuvole soffici e bianche si
trasformarono in grossi nuvoloni neri e la loro voce si ingrossò così tanto da diventare un forte borbottio: le parole erano come tuoni ed il loro chiassoso rumore emanava lampi e scintille.
Svegliato da tutto quel frastuono, il Sole Gelsomino, disse irritato: "Che baccano e che confusione! Da quanto siete diventati così scuri e grossi, io non posso più illuminare il cielo e scaldare la terra! Che è successo?". Gigio e Gigia raccontarono cosa fosse successo, accusandosi a vicenda. Gelsomino ascoltò con attenzione, poi intervenne dicendo:"E' vero che Gigio non ha preso la palla, ma anche tu, Gigia, l'hai tirata così forte che sarebbe stato difficile prenderla...". Gigio e Gigia ascoltarono con attenzione le parole del Sole e si interrogarono su quanto, entrambi, avessero la responsabilità di ciò che era successo.
Così Gigio e Gigia divennero tristi, perché si erano detti tante pesanti parole: la loro rabbia era diventata scura e fuori controllo. Ed, ora, entrambi sentivano che sotto quella rabbia c'era tanta tristezza e dolore: ognuno di dolore si era sentito ferito per le accuse dell'altro, ma nessuno di loro due aveva il coraggio di ammetterlo a se stesso. A questo punto, Gigio e Gigia si abbracciarono ed iniziarono a piangere così tanto che dal cielo cadde tanta acqua, la quale bagnò tutta le terra che era ai loro piedi

© Testo e immagini di Francesca Carubbi

mercoledì 13 settembre 2017

il bambino in un'ottica rogersiana: l'esempio della gassosa

Nella letteratura rogersiana, il bambino rappresenta la metafora dell'innata Saggezza Organismica, che sta alla base dell'autenticità o congruenza della persona. In "Terapia Centrata sul Cliente" del 1951, nel capitolo dedicato alla Teoria della Personalità, Rogers descrive così la capacità di attingere alla propria saggezza organismica, da parte del bambino: "Il bambino molto piccolo valuta senza incertezze...Egli valuta positivamente le esperienze vissute che lo arricchiscono e valuta negativamente le esperienze che invece lo minacciano o comunque non lo preservano e non lo arricchiscono" (ivi; trad. it., pag. 361). Un bambino, in altri termini, capace di simbolizzare correttamente la propria esperienza senza distorcerla. Tuttavia, la capacità di valutazione organismica del bambino risentirà, spesso in modo condizionato e negativo, dell'influenza dell'ambiente circostante. In tal senso, Rogers fu molto sensibile nel cogliere la profonda influenza dell'ambiente nello sviluppo del bambino: nel primo capitolo di "On Becoming a Person" del 1961, This is Me" (trad. it., -  "La Terapia Centrata sul Cliente" "Questo sono io. Lo sviluppo del mio pensiero scientifico e della mia filosofia personale"), l'Autore, in modalità autobiografica, descrive come il suo ambiente, la sua educazione, le sue esperienze formative e di contatto umano, abbiano influito in modo preponderante nella sua filosofia delle relazioni umane e, da qui, nella sua visione della Persona. In tal senso, appare molto emblematico, per ciò che concerne la descrizione del rigido stile educativo in cui è vissuto, il ricordo riguardante la scoperta del piacere nel bere una gassosa: piacere, questo, percepito in modo trasgressivo! Quindi soggetto a biasimo e giudizio da parte dell'ambiente familiare. Come a dire: il piacere, ad esempio, di bere una bevanda gassata è vissuta dal bambino come un qualcosa di positivo e piacevole. Ma cosa succede se il bere una gassosa è concepito dai genitori come un qualcosa di peccaminoso e non accettabile? Ed è proprio la consapevolezza da parte del bambino di poter perdere l'amore genitoriale, che fa sì che questi inizi a fare "l'esperienza di parole e di azioni dei genitori a proposito di questi suoi comportamenti...che possono essere così parafrasate: <Sei cattivo, il tuo comportamento è cattivo e tu non sei amato o amabile quando ti comporti così>." Questi giudizi rappresentano un profondo senso di minaccia per il nascente Sé del bambino, in quanto creeranno, in questi, un conflitto interno: se, infatti, il bambino farà accedere alla coscienza la soddisfazione, in questo caso, di provare piacere nel bere una gassosa, questo consapevolezza organismica andrà in contrasto con i dettami e, soprattutto, valori genitoriali, come ad esempio: "la gassosa fa male, berla è un qualcosa di trasgressivo...". Da qui, nel bambino emergeranno due conseguenze (ivi, 1951):
immagine dal Web
dal titolo "
1. Verranno negate alla consapevolezza queste sensazioni piacevoli;
2. Ci sarà una simbolizzazione non corretta e distorta dei vissuti (dettami e valori) dei genitori: "la simbolizzazione corretta sarebbe la seguente: <Sento che i miei genitori stanno giudicando questo comportamento insoddisfacente per loro>. La simbolizzazione distorta, alterata allo scopo di preservare il concetto di sé minacciato è: <Io concepisco questo comportamento come insoddisfacente>".
Da qui, per non perdere l'accettazione da parte dei genitori, il bambino apprenderà progressivamente a far propri i valori della sua famiglia, i quali verranno vissuti come proprie sensazioni viscerali e organismiche e non come atteggiamenti dei propri genitori: si formerà così la Struttura del Sé, intesa come la "configurazione organizzata dalle percezioni del sé che possono accedere alla coscienza" (ivi; trad. it., pag. 363), ossia l'insieme delle proprie percezioni e delle rappresentazioni di sé, le quali si baseranno sui costrutti, valori, sentimenti, dettami e comportamenti dei genitori che vengono distorti in modo che vengano vissuti come propri (in tal senso, il bambino, prima, e l'adulto, poi, si sforzeranno di intercettare, negare e distorcere le esperienze provenienti dalla propria autentica valutazione organismica, perché minacciose per l'equilibrio o grado di coerenza interna del proprio Sé: se il bambino e l'adulto permettessero, in altri termini, di far emergere alla coscienza o di simbolizzare correttamente la propria esperienza vissuta, antitetica ai valori genitoriali, proverebbero un profondo stato di ansia, a causa della nascente incongruenza tra i vari stati del suo sentire).
Se, al contrario, il genitore offrisse una relazione caratterizzata da empatia, accettazione ed autenticità, la rappresentazione che il bambino ha di sé e l'esperienza organismica non sarebbero in conflitto, giacché sarebbero tra di loro sovrapponibili: prendendo l'esempio, di cui sopra, il bambino apprenderebbe, senza distorcerne il vissuto, di poter provare piacere nel bere una gassosa, senza paura di un rifiuto o biasimo genitoriale. La sua rappresentazione di sé, oltre a non sentirsi minacciata a causa di un conflitto di valori, sarebbe coerente con i suoi vissuti viscerali e quindi non costruita su distorsioni dei valori altrui e sulla loro conseguente introiezione.

Bibliografia essenziale

C.R. Rogers (1951), Client Centered Therapy, Houghton Mifflin Company Boston, (trad. it. La Terapia Centrata sul Cliente, La Merdiana, Molfetta (BA), 2007);

C.R. Rogers (1961), On Becoming a Person CAP. I, Houghton Mifflin Company Boston, (trad. it., La Terapia Centrata sul Cliente, Martinelli, Firenze, 1994)


© Francesca Carubbi

lunedì 11 settembre 2017

"...E il nonno dov'è?..."

A Paco piaceva tanto passare il tempo con suo nonno: amava ascoltare le fiabe che gli leggeva, giocarci a calcio, alle costruzioni... Ma, soprattutto, amava giocare con il peluche che gli aveva regalato. Ancora si ricorda quel giorno! Era il suo quinto compleanno ed il suo amato nonnino aveva nascosto, dietro le sue pinne, un pacchetto tutto colorato. Paco lo aveva aperto...Ed ecco... Un bellissimo peluche, color del mare, con cui avrebbe dormito nel suo lettino. Il nonno gli aveva pure detto :"Sai? Questo pupazzo è magico. Quando, di notte, avrai paura e lo stringerai a te, la paura svanirà!". Così le giornate passavano serene, fino a quando, un giorno, Paco vide i suoi genitori abbracciati che piangevano. Paco era stupito e si chiedeva perché mamma e papà versassero così tante lacrime. Non li aveva mai visti così disperati. Certo! Qualche volta aveva notato che la mamma o il papà fossero arrabbiati, tristi... ma mai così.
"Cosa è successo?" Chiese Paco preoccupato "Vi siete fatti male?". Mamma e papà, accorgendosi della presenza del figlio, lo abbracciarono e gli spiegarono, con profondo dolore, cosa fosse successo. E' sempre difficile trovare le parole giuste, quelle che possano spiegare la realtà delle cose, che possano dar voce alle emozioni di profonda tristezza, di rabbia e paura. Ma mamma e papà trovarono un loro modo, speciale e unico, di farlo: "E' molto triste quello che stiamo per dirti... Ma è giusto che tu sappia la verità, piccolo. Tu amavi molto il nonno ed il nonno amava tantissimo te. Però, è dovuto andare via e, purtroppo, non tornerà. Per questo stiamo piangendo. Mancherà tantissimo a tutti noi...". "...Ma il nonno dov'è?...E perché è dovuto andare via?". La mamma e papà gli dissero che il nonno era andato in un altro pianeta, dove vanno tutte quelle persone che ci lasciano, con una bellissima astronave, che sale su, su nel cielo: "se avesse potuto scegliere, sarebbe rimasto qui con noi: ma i pesci, quando invecchiano, si ammalano e ci devono salutare, per andare nel loro pianeta speciale". Paco era diventato molto triste, pensando che non avrebbe più visto il nonno.
Provava un dolore e una paura che non aveva mai sentito prima. Era anche molto arrabbiato, perché il nonno non gli aveva detto che sarebbe partito: "mi avrebbe potuto salutare!". Esclamò. "Certo che lo avrebbe voluto!", dissero i suoi genitori: "ma non ha fatto in tempo: l'astronave sarebbe partita senza di lui...". Paco, così, si ritrovò a ricordare, con profonda nostalgia, le giornate passate con il nonno. Il suo pensiero cadde in quella bellissima giornata, quando il nonno gli regalò quel bellissimo peluche speciale, che riusciva a scacciare tutte le paure. Così, quella notte, Paco, seppur triste e addolorato, si addormentò nel suo lettino, stringendo sul petto quel pupazzo tanto amato. Ogni volta che lo stringeva, gli sembrava di sentire sulla sua testolina la calda carezza del suo nonnino.

© Francesca Carubbi

giovedì 7 settembre 2017

Fiabe ed educazione emotiva: l'invenzione del racconto come strumento di facilitazione della congruenza emotiva nel bambino

A me le Fiabe sono sempre piaciute. Mi stanno a cuore, perché raccontano della mia infanzia, del mio apprendimento emotivo e didattico: io e mia madre, attraverso la Fiaba/Gioco, trascorrevamo insieme alcuni pomeriggi. Lei mi dettava i racconti ed io scrivevo. E vi posso assicurare che mi divertivo moltissimo. Per me la Fiaba è stata un prezioso "oggetto transizionale" (Winnicott, 1951), un luogo magico dove potevo proiettare ed elaborare molte mie paure. Inoltre, hanno sempre rappresentato il motore della mia creatività, un modo di elaborare anche la mia paura del distacco, dell'assenza di mia madre. Proprio per il valore che le attribuisco, attualmente la utilizzo, insieme al Disegno, all'interno delle mie consulenze educative. Non a caso, Freud ci ha descritto bene la funzione creativa e simbolica del Gioco. In tal senso,  in "Al di là del Principio del Piacere" (1920), il gioco, o meglio il Gioco del Rocchetto con cui si dilettava ed intratteneva il suo nipotino, viene descritto come strumento di sublimazione
© Francesca Carubbi
di un'assenza materna, percepita come angosciante: attraverso il movimento del "Fort - Da" (movimento della presenza ed assenza del rocchetto), il bimbo poteva elaborare e simbolizzare qualcosa di spiacevole (l'assenza della madre) ed il relativo vissuto di angoscia, con qualcosa di piacevolmente creativo, ossia il gioco. Attraverso la creatività posso, infatti, sviluppare una maggiore tolleranza alla frustrazione, posso accedere al pensiero simbolico, posso sviluppare l'importante funzione riflessiva (Fonagy, 1999), che permette di rappresentarmi cognitivamente ed emotivamente gli stati mentali, miei e quelli altrui. Venendo all'Approccio Rogersiano, attraverso l'uso della Fiaba come Gioco Simbolico, ossia attraverso la sua invenzione, posso sviluppare quelle "condizioni necessarie e sufficienti" (Rogers, 1957;1961;1965 - 66), ossia empatia, accettazione positiva incondizionata e congruenza, che mi permettono di comprendere, non solo in termini di setting clinico, bensì nella quotidianità, la realtà di un'altra persona. Da qui, se pensiamo ad esempio ai fenomeni di bullismo e cyberbullismo, possiamo notare come in questi meccanismi manchi la prospettiva dell'Altro. Il bullo manca di empatia, con la conseguente incapacità di comprendere i vissuti di sofferenza di un'altra persona "come se" fossero i propri (Rogers, 1961). In tal senso, l'invenzione della Fiaba (da solo o con i genitori) consente al bambino, grazie all'immedesimazione con i personaggi, di allenare la sua intelligenza emotiva, quindi le condizioni di cui sopra. L'invenzione dei personaggi, inoltre, è un elemento profondamente creativo, perché questi non vengono offerti come prodotti preconfezionati, già dati, ma è il bambino stesso che li crea , attraverso l'uso della sua immaginazione. Il costruire la Fiaba intorno ai personaggi, infine, permette il potenziamento delle sue capacità simboliche, in quanto è lui il regista del racconto che si viene a sviluppare: attraverso la creazione del racconto, il bambino, allo stesso tempo, può sublimare e percepire e simbolizzare in modo autentico, senza distorsioni, i propri vissuti emotivi, come ad esempio, paura e rabbia.  Per questi motivi, vi proporrò delle piccole storie, inventate con mia figlia: "Paco e le Sue avventure". Sono piccoli racconti, accompagnati da disegni, che parlano delle sfide, delle emozioni, delle sfide "tipiche" dell'infanzia. Oggi vi faccio conoscere Paco, attraverso il suo disegno...

© Francesca Carubbi


lunedì 4 settembre 2017

Il lutto ed i bambini: il pericolo della negazione del dolore

Si è scritto tanto sul lutto ed i bambini, su come spiegar loro l'addio ad una persona cara. Forse, se abbiamo così bisogno di parlarne, di scrivere su di esso, è perché noi, per primi, ne abbiamo paura. Quando la vita ci riserva questo amaro, doloroso e sopraffacente evento, sembra di perdere ogni punto di riferimento, di sprofondare in un dolore che sembra non passi più. Ed allo stesso tempo, pretendiamo da noi stessi una forza d'animo d'acciaio, una negazione dei nostri sentimenti, soprattutto dinanzi ai nostri figli. In tal senso, ad un funerale di un mio caro, una mia conoscente mi disse: "Sai? Quando morì mio nonno, avevo quattro anni... Mi dissero che era partito per un viaggio... Io ancora oggi lo sto aspettando". Ecco, il pericolo del "far finta di nulla" davanti ai bambini è proprio la reificazione del loro vero sentire. E' il mancato rispetto della loro congruenza emozionale e cognitiva. Cosa significa reificare? Significa distorcere dall'esterno la realtà viscerale del bambino, le sue vere emozioni in un dato momento, convincendolo che debba provare, al contrario, i vissuti del genitore. Tornando al lutto, se noi per primi abbiamo paura di parlare della morte, degli addii, di sentire la naturale paura, la fisiologica rabbia, l'autentico sconforto che ne consegue, come se fossero vissuti inaccettabili. In tal senso,  non possiamo fare altro che intercettarli e distorcerli, proiettando questa falsificazione sul bambino stesso. Ed ecco, l'infelice frase: "Il nonno è partito per un viaggio!". Proprio ieri guardavo "Va' dove ti porta il cuore": una piccola Olga prega Dio di rivedere il suo amato cane Argo, che è stato soppresso a sua insaputa. Ma lei non lo sa! Ed è proprio questa mancanza di empatia, di sapere, di questa verità negata, che produrrà in Olga adulta un "trauma", come lei lo definirà molti anni dopo: "Se solo me lo avessero detto! Me ne sarei fatta una ragione!". Un trauma contraddistinto da un buco emozionale interiore, da una mancanza di fiducia che le ha segnato l'intera esistenza, come asserirà, ormai, da anziana. Come ci insegna Rogers (1980), infatti, "l'empatia dissolve l'alienazione". Detto questo, come affrontare con i bambini il lutto?
1. Spiegate con calma ciò che è successo. Dite loro la verità, ossia che il vostro caro non tornerà. Il bambino potrà così elaborare in modo fisiologico il suo lutto, potrà accettare, in altre parole, l'assenza della persona a cui voleva bene, perché gli avete detto la verità
2. Osservateli e ascoltateli. Osservate soprattutto ciò che comunica il loro non verbale: il loro sguardo, la loro voce, i loro occhi, il loro corpo. Questo al fine di comprendere il loro desiderio o meno di approfondire ciò che è successo. Inoltre, ascoltandoli con empatia ed accettazione, avrete la possibilità di capire se stiano elaborando il loro lutto in modo fisiologico o complicato (difficoltà nel tempo di accettare ciò che è successo, episodi di isolamento o di aggressività, rabbia e tristezza pervasive...);
3. Aiutate la vostra comunicazione verbale con strumenti fruibili e di facile comprensione, tipici dello stile comunicativo del bambino, come disegni e fiabe.
4. Siate autentici o congruenti in ciò che comunicate. Rogers definisce congruenza (1961) la capacità della persona di essere in contatto con tutti i vissuti emotivi e cognitivi senza distorcerli o negarli: è normale essere disperati; è normale sentirsi crollare e sprofondare. Sarebbe non normale il contrario. Un adulto capace di sentirsi vulnerabile e fragile è molto più rassicurante di quello che cerca di essere forte, nonostante la realtà suggerisca il contrario.